COMPETENZE & CONOSCENZE. IL VADEMECUM DEL BRAVO TECNICO

Di Ernani Savini
Quando ad Arrigo Sacchi una volta chiesero come facesse ad allenare senza essere mai stato un grande giocatore, rispose che in realtà “ per essere bravi fantini non occorreva esser stati dei… cavalli.
Quali sono dunque le qualità e le competenze che definiscono un bravo allenatore? Di sicuro, per insegnare non basta “sapere” o “saper fare”. Occorre anche occuparsi di didattica, cioè della scienza che studia l’insegnamento (e tutto ciò che si fa affinché un soggetto possa apprendere), stabilire l’ oggetto dell’insegnamento – cosa insegnare – il metodo da utilizzare – come insegnare – e programmare nel tempo l’insegnamento – quando insegnare. Già sul cosa insegnare, peraltro, occorre essere chiari: anche nella pallamano è necessario il passaggio dalla cosiddetta programmazione “per obiettivi” ad una programmazione “per competenze”. Nella programmazione per obiettivi, l’allenatore individua alcuni “esiti specifici” da perseguire, sui quali orienta la sua azione, stabilisce dei traguardi da raggiungere, e su questi misura il proprio lavoro e quello degli allievi. Si consegue un obiettivo (saper tirare in appoggio, sapere effettuare un derivato cambio di direzione, eccetera), e ci si prefigge così (o sarebbe meglio dire “ci si augura così..”) di raggiungere determinate acquisizioni di comportamenti in partita. Cosa si intende invece per competenza? Si è competenti “ quando si decidono le azioni mentre si compiono, le si valuta, e le si corregge in divenire. Si avvertono gli elementi impliciti nelle proprie azioni, per tenerne conto in quelle successive. Si scopre cioè un “senso” in tutto ciò che si fa.” (G. Bertagna). Programmare per competenze significa quindi creare situazioni che con progressività espongano l’atleta a problemi sempre diversi che dovrà affrontare in autonomia, utilizzando le sue abilità tecniche. L’atleta consapevole, che ha conoscenze, capacità, e competenze, è un atleta in grado di rispondere autonomamente alle sollecitazioni che gli giungono in partita. Non agisce in modo acritico, come nel famoso esperimento sui riflessi condizionati di Pavlov, rispondendo ad un determinato stimolo “A” sempre con lo stesso comportamento “B”.  Non ha bisogno che l’allenatore gli fornisca soluzioni per qualsiasi situazione possa verificarsi (e c’è sempre la situazione nuova, non prevedibile in anticipo, che mette in crisi l’accoppiata atleta/allenatore). Non si adegua passivamente ad un sapere che gli viene trasmesso, ma è un protagonista attivo del suo stesso apprendimento, che in partita riesce a leggere situazioni, attuare strategie, risolvere problemi. Come si raggiunge questo obiettivo? Una mano inattesa ce la dà l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che in un documento del 1994 – esattamente 25 anni fa – individua le 10 “life skills” da sviluppare per la promozione della salute e il benessere di bambini e adolescenti: “ prendere decisioni, risolvere problemi, pensare in maniera creativa, sviluppare un pensiero critico, utilizzare una comunicazione efficace, curare le relazioni interpersonali, avere consapevolezza di sè, l’empatia (la capacità di comprendere lo stato d’animo altrui), la gestione delle emozioni e quella dello stress”. Sembra l’identikit del campione sportivo, e ciò non può e non deve sorprendere. Deve semmai stimolarci ad essere allenatori ed educatori in grado di favorire l’acquisizione di tali competenze, a partire da chi opera nei settori giovanili.